venerdì 11 marzo 2011

DECALOGO PER I PAPA'



Il primo dovere di un padre verso i suoi figli è amare la madre. La famiglia è un sistema che si regge sull'amore. Non quello presupposto, ma quello reale, effettivo. Senza amore è impossibile sostenere a lungo le sollecitazioni della vita familiare.
Non si può fare i genitori "per dovere". E l'educazione è sempre un "gioco di squadra". Nella coppia, come con i figli che crescono, un accordo profondo, un'intima unione danno piacere e promuovono la crescita, perché rappresentano una base sicura. Un papà può proteggere la mamma dandole in "cambio", il tempo di riprendersi, di riposare e ritrovare un po' di spazio per sé.

Il padre deve soprattutto esserci. Una presenza che significa "voi siete il primo interesse della mia vita".
Affermano le statistiche che, in media, un papà trascorre meno di cinque minuti al giorno in modo autenticamente educativo con i propri figli. Esistono ricerche che hanno riscontrato un nesso tra l'assenza del padre e lo scarso profitto scolastico, il basso quoziente di intelligenza, la delinquenza e l'aggressività.
Non è questione di tempo, ma di effettiva comunicazione. Esserci, per un papà vuol dire parlare con i figli, discorrere del lavoro e dei problemi, farli partecipare il più possibile alla sua vita. E' anche imparare a notare tutti quei piccoli e grandi segnali che i ragazzi inviano continuamente.


Un padre è un modello, che lo voglia o no. Oggi la figura del padre ha un enorme importanza come appoggio e guida del figlio. In primo luogo come esempio di comportamenti, come stimolo a scegliere determinate condotte in accordo con i principi di correttezza e civiltà.
In breve, come modello di onestà, di lealtà e di benevolenza. Anche se non lo dimostrano, anche se persino lo negano, i ragazzi badano molto di più a ciò che il padre fa, alle ragioni per cui lo fa. La dimostrazione di ciò che chiamiamo "coscienza" ha un notevole peso quando venga fornita dalla figura paterna.

Un padre dà sicurezza
. Il papà è il custode. Tutti in famiglia si aspettano protezione dal papà. Un papà protegge anche imponendo delle regole e dei limiti di spazio e di tempo, dicendo ogni tanto "no", che è il modo migliore per comunicare: "ho cura di te".


Un padre incoraggia e dà forza. Il papà dimostra il suo amore con la stima, il rispetto, l'ascolto, l'accettazione. Ha la vera tenerezza di chi dice: "Qualunque cosa capiti, sono qui per te!". Di qui nasce nei figli quell'atteggiamento vitale che è la fiducia in se stessi. Un papà è sempre pronto ad aiutare i figli, a compensare i punti deboli.


Un padre ricorda e racconta. Paternità è essere l'isola accogliente per i "naufraghi della giornata". E' fare di qualche momento particolare, la cena per esempio, un punto d'incontro per la famiglia, dove si possa conversare in un clima sereno. Un buon papà sa creare la magia dei ricordi, attraverso i piccoli rituali dell'affetto.
Nel passato il padre era il portatore dei "valori", e per trasmettere i valori ai figli bastava imporli. Ora bisogna dimostrarli. E la vita moderna ci impedisce di farlo. Come si fa a dimostrare qualcosa ai figli, quando non si ha neppure il tempo di parlare con loro, di stare insieme tranquillamente, di scambiare idee, progetti, opinioni, di palesare speranze, gioie o delusioni?

Un padre insegna a risolvere i problemi. Un papà è il miglior passaporto per il mondo " di fuori". Il punto sul quale influisce fortemente il padre è la capacità di dominio della realtà, l'attitudine ad affrontare e controllare il mondo in cui si vive. Elemento anche questo che contribuisce non poco alla strutturazione della personalità del figlio. Il papà è la persona che fornisce ai figli la mappa della vita.


Un padre perdona. Il perdono del papà è la qualità più grande, più attesa, più sentita da un figlio.
Un giovane rinchiuso in un carcere minorile confida: "Mio padre con me è sempre stato freddo di amore e di comprensione. Quand'ero piccolo mi voleva un gran bene; ci fu un giorno che commisi uno sbaglio; da allora non ebbe più il coraggio di avvicinarmi e di baciarmi come faceva prima. L'amore che nutriva per me scomparve: ero sui tredici anni... Mi ha tolto l'affetto proprio quando ne avevo estremamente bisogno. Non avevo uno a cui confidare le mie pene. La colpa è anche sua se sono finito così in basso. Se fossi stato al suo posto, mi sarei comportato diversamente. Non avrei abbandonato mio figlio nel momento più delicato della sua vita. Lo avrei incoraggiato a ritornare sulla retta via con la comprensione di un vero padre. A me è mancato tutto questo".

Il padre è sempre il padre. Anche se vive lontano. Ogni figlio ha il diritto di avere il suo papà. Essere trascurati o abbandonati dal proprio padre è una ferita che non si rimargina mai.

Un padre è immagine importante. Essere padre è una vocazione, non solo una scelta personale. Tutte le ricerche psicologiche dicono che i bambini si identificano con l'immagine sul modello del loro papà. Un papà che rispetta la madre dei suoi figli rispetta anche loro e lascerà un'impronta indelebile.


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Un decalogo per il papà, proposto da un bambino


Papà.....

- Non viziarmi. So benissimo che non dovrei avere tutto quello che chiedo. Voglio solo metterti alla prova.


- Non essere incoerente: questo mi sconcerta e mi costringe a fare ogni sforzo per farla franca ogni volta che posso.


- Non fare promesse: potresti non essere in grado di mantenerle. Questo farebbe diminuire la mia fiducia in te.


- Non correggermi davanti alla gente. Ti presterò molta più attenzione se parlerai tranquillamente con me a quattr'occhi.


- Non brontolare continuamente: se lo fai dovrò difendermi facendo finta di essere sordo.


- Non badare troppo alle mie piccole indisposizioni. Potrei imparare a godere di cattiva salute se questo attira la tua attenzione.


- Non preoccuparti per il poco tempo che passiamo insieme. È come lo passiamo che conta.


- Non permettere che i miei umori suscitino la tua ansia perché allora diventerei ancora più pauroso. Indicami il coraggio.


- Non dimenticare che non posso crescere bene senza molta comprensione ed incoraggiamento... ma non ho bisogno di dirtelo, vero?


- Ricordati, io imparo di più da un esempio che da un rimprovero.


Grazie Papà. Tuo figlio.




Di Vera Innocenti

martedì 1 marzo 2011

Profilo criminologico del pedofilo, IL PREDATORE DI BAMBINI


Il termine pedofilia indica l’attrazione sessuale da parte di persone adulte nei confronti dei bambini; e il concetto di pedofilo viene comunemente associato alla figura di chi abusa sessualmente di un soggetto di minore età.

Secondo una stima, più o meno approssimativa, si è giunti a ipotizzare che circa il 50% di quanti commettono un simile atto di abuso possano aver subito un’analoga violenza durante la loro infanzia.
Trattandosi di un fenomeno connotato da una radicata ciclicità, sussiste una costante difficoltà di natura giuridico-normativa che si sostanzia nella motivazione data da una duplice condizione di vittima e carnefice; fattore che rende estremamente difficile legiferare in materia.

La gravità del danno subito dal bambino, e della colpa del reo, lascia intuire la difficoltà di stabilire capacità di intendere e di volere in quanto è possibile che vi sia una connotazione psicopatologica alla base dell’azione antigiuridica.
Ciò non toglie che nella maggioranza dei casi venga a mancare un nesso, giuridicamente sufficiente, per poter stabilire un rapporto causa-effetto fra la violenza subita nell’infanzia e quella commessa in età adulta: ipotesi tale da incidere sulla incapacità del reo.
In alcuni questa condotta potrebbe essere, senza voler giustificare l’abuso, legata ad una condizione deficitaria dello sviluppo psico-sessuale quasi come una sorta di automatismo dell’atto sessuale.

Questo “empasse” giuridico nel quale si è trovata la condotta pedofila è stato, in parte, superato con l’emanazione nel 1996 della legge n. 66 recante «Norme contro la violenza sessuale», che introduce all’art. 609 quater il reato di «Atti sessuali con minorenne», punito con la reclusione da cinque a dieci anni.

Nel corso degli anni il tema dell’abuso sessuale nei confronti dei minori ha iniziato a essere inserito con sempre maggiore frequenza fra gli argomenti di dibattito dell’opinione pubblica, dalle trasmissioni televisive alla carta stampata, fino a raggiungere un crescente interesse anche in ambito scientifico.

È ormai opinione condivisa che l’abuso all’infanzia costituisca un grave problema, non solo per la salute pubblica, ma soprattutto per le vittime dell’abuso che vedono seriamente compromessa la loro condizione psichica e fisica.

Motivo per cui, come ripreso da uno studio condotto da Luna e coll., possiamo ritenere che «comprendere le caratteristiche psicologiche di tali individui contribuirà a far progredire le nostre conoscenze sulla personalità degli autori d’abuso, rispetto ai quali potranno essere adottate misure di prevenzione e d’intervento più adeguate venendo così incontro all’esigenza primaria di tutelare più efficacemente i minori a rischio».

A questo punto appare, comunque, essenziale fare una distinzione terminologica fra Child molester, categoria eterogenea che comprende tutte quelle attività sessuali con minori indipendentemente dal vincolo di parentela, e Pedofilo, termine solitamente utilizzato in ambito clinico e connesso al campo delle parafilie.
Inoltre bisogna aggiungere quegli individui che compiono l’abuso sessuale all’interno del nucleo familiare.

I molestatori di minori o child sexual offenders, possono essere inizialmente distinti nelle due categorie di «regrediti», per coloro che hanno sviluppato un orientamento sessuale e interpersonale adeguato alla loro età, ma che, in talune circostanze, possono regredire a un orientamento sessuale rivolto ai bambini; e i «fissati», quando l’interesse sessuale primario non si è mai sviluppato oltre il livello di interesse verso i minori.



Deviazioni e perversioni sessuali

Chi è il pedofilo? Esistono delle caratteristiche di personalità tali da consentire di identificare questi soggetti? Queste sono solo alcune delle più comuni domande che ci possono venire alla mente quando cerchiamo di dare una spiegazione a una condotta da tutti comunemente ritenuta come uno dei marchi più infamanti che possano esistere.

La pedofilia è tutt’ora considerata una di quelle parafilie la cui eziologia rimane in gran parte intrisa di mistero, dal momento che ad oggi permangono alcune difficoltà, da parte della comunità scientifica, nel definire all’unanimità le caratteristiche di questo fenomeno, e soprattutto di coloro che si macchiano di questa grave forma di devianza sociale.

Fra gli aspetti più interessanti della nosografia psichiatrica proposta dal DSM-IV-TR (2000) vi sono quelle patologie correlate ai disturbi di tipo sessuale; dividendo i disturbi sessuali in parafilie e disfunzioni sessuali.

Le parafilie, un tempo denominate Perversioni Sessuali, sono comportamenti caratterizzati dal fatto che l’eccitamento erotico è prodotto da un oggetto o da una situazione che normalmente non produce lo stesso effetto. Non è escluso che un soggetto presenti diversi tipi di parafilia.

Il termine parafilia venne introdotto da Stekel in relazione all’attaccamento morboso e anormale dell’istinto, soprattutto per quanto concerne la soddisfazione sessuale, a cui può corrispondere una, più o meno, evidente forma di deviazione o perversione.

Anche se, secondo Stekel, l’espressione parafilia è meno forte e incisiva. Infatti si può parlare di parafilia quando vi siano “spunti” o forme non conclamate di anormalità sessuale. Per Krafft-Ebing un soggetto, in un determinato momento della sua vita, può associare un evento casuale a uno stato di piacere sessuale.

Questo legame di causa/effetto può essere ricercato dal soggetto ripetutamente attraverso il replicare la situazione da cui ha avuto origine. Il reiterare l’esperienza rinforzerebbe il binomio evento/piacere erotico a esso associato. Sigmund Freud ritenne che nelle perversioni sessuali l’Io risponde esclusivamente al desiderio pulsionale, trovando impedimento e censura solo a livello della norma sociale.

Quindi la perversione come fonte diretta e cosciente di piacere sarebbe responsabile dei comportamenti devianti nei confronti della norma. Stoller considera le perversioni sessuali al pari di una forma erotizzata dell’odio, una fantasia solitamente esplicitata ma che a volte può rimane a livello di un sogno diurno.
Si tratterebbe, quindi, di una forma di aberrazione abituale, preferita ad altre forme di comportamento sessuale, necessaria affinché il soggetto provi pieno godimento, e motivata da ostilità.

L’ostilità andrebbe considerata come quella condizione in cui un individuo desidera danneggiare un “oggetto” per ricavarne una sensazione piacevole. Nella perversione, infatti, l’ostilità assumerebbe la forma di una fantasia di vendetta celata dalle azioni che costituiscono la perversione stessa, e agirebbe a livello intrapsichico con la funzione di «convertire il trauma dell’infanzia nel trionfo dell’adulto», perché si crei la massima eccitazione possibile, la perversione dovrebbe essere ritenuta come un’azione rischiosa e potenzialmente pericolosa.

Mitchel, inoltre, ritiene le perversioni come una sfida alla “prepotente influenza” della figura materna infantile. Secondo questa teoria il soggetto con perversione, dopo aver messo in atto il suo desiderio sessuale, arriva a esperire un sentimento, controllato dall’interno, di trionfo sulla propria madre.

Per Kohut l’attività perversa sembra comprendere il tentativo disperato di ristabilire l’integrità e la coesione del sé per quell’individuo che si sente minacciato da una condizione di abbandono o separazione.

Secondo questi approcci, i soggetti con pedofilia, attraverso la messa in atto di un comportamento perverso cercherebbero di ottenere un’attenuazione, anche se temporanea, dalla frustrazione. Esposizioni che appaiano, ovviamente, come una interpretazione eziologica di tipo “buonista”. Come una sorta di “giustificazione”, nata dalla convinzione che un soggetto, che ha vissuto durante l’infanzia o nell’adolescenza, un trauma, in seguito a esperienze sessuali di abuso, sia più disposto una volta adulto a attuare comportamenti sessuali abusanti nei confronti di minori. Quasi in una sorta di “fissazione” delle modalità di condotta abusante come unico e solo modello di interazione “normale”.



Teorie eziologiche sull’abuso

Per molto tempo studiosi e ricercatori delle più diverse discipline hanno tentato di trovare il bandolo della matassa che consentisse di dare una spiegazione eziologica sull’origine del comportamento dei pedofili. Si tratta di ipotesi interpretative che, nel corso degli anni, hanno aggiunto qualche tassello al quadro senza però riuscire a delineare un quadro ben definito che potesse spiegare equivocamente l’origine di tale perversione.

Secondo il criminologo italiano Altavilla la pedofilia non risponderebbe a un disagio psicopatologico, ma come frutto di una volontà sospinta dal soddisfacimento di un desiderio sessuale che viene appagato in soggetti che per loro natura non sono in grado di opporre resistenza. Opinione del resto condivisa da gran parte della comunità scientifica a partire dagli anni ’50.

A partire dagli anni ’70 in poi, alcuni ricercatori dell’FBI, in uno studio condotto su 26 pedofili, osservarono alcuni elementi in comune tra i Child sex offenders, a prescindere dal tipo di perversione sessuale che presentavano:

il piacere sessuale proviene da un atto masturbatorio successivo all’atto perverso;

l’atto provoca solo una scarsa eccitazione sessuale, e per questo il pedofilo presto inizia a ricercare una nuova vittima con cui ricreare il piacere erotico;

non vi è coinvolgimento emotivo con la vittima, che viene usata esclusivamente come fonte/oggetto di appagamento sessuale.

Fra le numerose teorie furono, fin dai primi anni dello scorso secolo, quelle sessuologiche a dominare la psicologia e la psichiatria. Queste discipline ritenevano le perversioni sessuali al pari delle sindromi psicopatologiche caratterizzate da alterazioni qualitative dell’istinto sessuale. Nel corso dei decenni, poi, si sono succedute nuove interpretazioni e diverse produzioni teoriche sull’origine della pedofilia, spesso in evidente contrapposizione fra loro.

Una delle prime discipline a interessarsi agli sviluppi eziologici della pedofilia fu la Psicoanalisi di matrice freudiana. Secondo la concezione psicoanalitica classica, infatti, l’atto pedofilo è legato a fissazioni e regressioni verso forme di sessualità infantile (Freud).

La teoria pulsionale, e i suoi aspetti relazionali, consistono nell’ipotesi dell’arresto dello sviluppo psicosessuale: un trauma precoce; aver vissuto la propria sessualità in modo restrittivo; in seguito a conflitti sessuali; una coscienza distorta di natura patologica.

Secondo molti degli autori, che utilizzano un approccio psicoanalitico, la pedofilia è da considerarsi una perversione che si origina sull’angoscia della castrazione, la quale ostacola il soggetto nel raggiungimento di una sessualità adulta e lo fa regredire a una pulsione parziale. Questa paura di avere rapporti sessuali con donne adulte farebbe si che il soggetto sia costretto a dirigere le proprie pulsioni verso un individuo considerato come potenzialmente meno potente, e quindi vissuto come meno ansiogeno. Sicuramente questo non spiega il perché venga scelta la pedofilia come meccanismo difensivo piuttosto che un altro.

La recente impostazione psicoanalitica, inoltre, distingue quello che si definisce comportamento o fantasia pedofiliaca di natura occasionale e il vero «pervertito pedofilo ossessivo», che deve avere un’attività sessuale con un bambino per non soffrire di una «intollerabile e angosciosa ansia».

Il pedofilo occasionale risulta essere la tipologia di comportamento maggiormente diffusa, d’altro canto quello pervertito ossessivo sembra essere più raro da ritrovare.
Oltre all’evidente incapacità di reggere un rapporto amoroso adulto, sussisterebbe anche una componente narcisistica che si manifesterebbe nella tendenza del pedofilo a “ricercare”, nel bambino, se stesso nel periodo della propria infanzia, adottando lo stesso trattamento subito.

In particolar modo i pedofili hanno bisogno di dominare e controllare le loro vittime, come se supplissero ai loro sentimenti di impotenza: il bambino come oggetto d’amore, un’immagine a specchio di se stessi, capace di placare le loro angosce di castrazione. Per Kaplan, le origini delle tendenze pedofile andrebbero ricercate nelle prime interazioni fra madre e bambino. I bisogni narcisistici di auto-amore della madre potrebbero essere trasmessi al figlio in maniera eccessiva a causa del suo bisogno di essere idealizzata dal figlio.

Il parafilico è, quindi, una persona che non è riuscita a completare il normale processo di sviluppo verso l’adattamento eterosessuale, cadendo in una «fissazione o regressione a forme di sessualità infantile che persistono nella vita adulta».

Fra le teorie considerate di tipo “giustificativo” quella definita dell’abusato-abusatore considera la pedofilia la conseguenza del fatto che i colpevoli sessuali sono stati a loro volta abusati durante l’infanzia.
Per Garland e Dougher i reati dell’aggressore adulto possono essere in parte una ripetizione e un riflesso di un’aggressione sessuale subita da bambino, un tentativo distorto di dare uno sfogo a traumi sessuali precoci ancora irrisolti causati dalla vittimizzazione.
Groth, inoltre, sostiene che la motivazione di base, che spinge l’abusatore a agire, non è di natura sessuale, ma l’espressione di bisogni esistenziali non risolti: un «atto pseudosessuale» per soddisfare bisogni di natura non sessuale.

Un’ulteriore settore di ricerca, definito come teoria dell’«identificazione parentale», sposta l’attenzione a livello sociale sostenendo che i sexual offenders sono con molta probabilità cresciuti in famiglie disfunzionali. In realtà, recenti studi hanno dimostrato che non è sempre così, considerando la pedofilia come una condotta che può appartenere a tutte le classi sociali. Infatti, questa interpretazione, non spiega come mai alcuni individui che hanno subito, nella loro infanzia, abusi e soprusi sia di natura sessuale che fisica poi non arrivino a commettere un abuso.

In ambito clinico, inoltre, è comune ritenere che le perversioni sono rare nelle donne anche se questa opinione è radicalmente mutata nel corso degli ultimi anni.

La ricerca empirica e l’osservazione clinica hanno dimostrato come le fantasie perverse siano presenti in ambo i sessi. Kaplan sottolinea che i clinici non sono stati in grado di identificare le perversioni nelle donne, poiché esse implicano delle dinamiche più sottili rispetto alle perversioni sessuali maschili, che sono più osservabili e verificabili.

Delle attività sessuali che derivano dalle parafilie femminili fanno parte le tematiche della separazione, dell’abbandono e della perdita. Comunque, alcuni studi recenti, sostengano che le donne abusanti sarebbero più rare dei maschi e spesso affette da disturbi psichici. Inoltre, la dinamica dell’atto pedofilo nelle donne, ha spesso una connotazione diversa: vengono coinvolte, con un ruolo quasi sempre marginale, da un compagno pedofilo.

Il modello delle precondizioni, poi, si basa sull’assunto che i pedofili non abbiano sviluppato la capacità di relazioni adulte e mature, il comportamento abusante sarebbe spiegato dalla compresenza di quattro fattori:

1 l’abusatore ritiene i bambini sessualmente attraenti, soddisfacendo così alcune rilevanti esigenze emozionali: la ricerca di una sensazione di dominio, necessaria, per essere stato a sua vittimizzato, oppure il fatto che lui stesso è infantile;

2 le inibizioni interne vengono superate mediante disibinitori: abuso di sostanze, percezioni distorte dei desideri del minore, senilità, psicosi. Oppure relativi all’ambiente socioculturale: tolleranza sociale per interessi sessuali verso i bambini o deboli sanzioni contro chi commette abusi su minori;

3 le inibizioni esterne superate, per esempio, nel caso di una madre assente o malata vittima di abuso;

4 le resistenze e la riluttanza della vittima vengono superate, mediante un rapporto di fiducia reciproca, regali, coercizione. Oppure ricercando una vittima emotivamente insicura, depressa.

Finkelhor ha proposto una nuova teoria secondo cui l’abusato può provare l’esigenza di agire nuovamente su altri la vittimizzazione subita, solo quando questa è stata accompagnata da un’intesa umiliazione. La psicodiagnostica psichiatrica, inoltre, ipotizza l’esistenza di una «pedofilia primaria» che comporta, in una certa misura, un’integrazione dell’Io pedofilo e una conseguente stabilità della sua personalità.

Di una «pedofilia secondaria», conseguente a altre gravi psicopatologie come la schizofrenia. E alcune psicosi organiche e altre condizioni in cui la personalità si disintegra, provocando una serie di comportamenti perversi.

Il modello neuropsicologico e biologico, infine, ritiene che per una parte consistente dei pedofili una disfunzione cerebrale potrebbe essere la causa scatenante. Un ulteriore approccio ha altresì cercato di ricavare dei risultati dalla misurazione dell’attività cerebrale utilizzando l’elettroencefalogramma (EEG). Tali ricercatori affermano che la perversione sessuale sarebbe la causa di idee devianti, che sono conseguenza dei cambiamenti nelle funzioni dell’emisfero cerebrale dominante.

Il modello cognitivo, infine, sostiene che i pedofili cercano qualsiasi mezzo per giustificare le loro azioni e utilizzano la pornografia come fonte di rassicurazione.
La pedofilia viene considerata dai cognitivisti alla stregua di un comportamento additivo, come avviene per l’assunzione di alcool e di droga, e perciò non può essere contenuta e combattuta offrendole materiale che invece la alimenta.
Tra le caratteristiche dello stile cognitivo dei pedofili vi è la minimizzazione dell’abuso che viene definito come qualcosa di consensuale e in un certo senso desiderato dallo stesso bambino.

L’importanza di teorizzare la condotta del pedofilo sembra riallacciarsi alla necessità di introdurre dei modelli trattamentali, diversi a seconda dell’approccio utilizzato. La psicodinamica opterà per la una psicoterapia individuale e di gruppo; la concezione biologica per la castrazione chimica; i cognitivisti-comportamentali per una terapia volta a individuare e evitare i comportamenti a rischio, la relapse prevention: dal relativo modello.


La classificazione clinica della pedofilia

Il DSM-IV-TR (2000) definisce la pedofilia come parafilia che comporta l’attività sessuale con bambini prepuberi generalmente di età compresa dagli 0 ai 13 anni. Il disturbo generalmente ha il suo esordio durante l’adolescenza, sebbene alcuni soggetti con pedofilia riferiscano di non essere mai stati attratti da bambini fino a che non hanno raggiunto la mezza età.

La frequenza del comportamento pedofilico sembra variare spesso a seconda dello stato psicologico e sociale dell’individuo; aumentando nelle condizioni di stress. Il decorso solitamente è cronico, soprattutto per coloro che provano attrazione nei confronti dei minori di sesso maschile: il tasso di recidive è all’incirca doppio rispetto a coloro che preferiscono le femmine. Tre i criteri diagnostici per riscontrare una diagnosi di pedofilia:

1 Un periodo di almeno 6 mesi, sviluppo di fantasie, impulsi sessuali, o comportamenti ricorrenti, e intensamente eccitanti sessualmente, che comportano attività sessuale con uno o più bambini prepuberi (generalmente di 13 anni o più piccoli);

2 La persona ha agito sulla base di questi impulsi sessuali o gli impulsi o le fantasie sessuali causano considerevole disagio o difficoltà interpersonali;

3 Il soggetto ha almeno 16 anni e è di almeno 5 anni maggiore del bambino o dei bambini di cui al primo criterio.

Va, poi, segnalato che in tale classificazione non è incluso il soggetto tardo-adolescente coinvolto in una relazione sessuale con un soggetto di 12-13 anni.
Per questi soggetti con diagnosi di pedofilia, non viene specificata una precisa differenza di età, e si deve ricorrere alla valutazione clinica: maturità sessuale del minore e differenza di età. Di solito dimostrano attrazione per i bambini di una particolare fascia di età.
Alcuni sembrano preferire i maschi, altri le femmine, altri, invece, sono attratti sia da maschi che da femmine.
Quelli attratti dalle femmine generalmente prediligono quelle tra gli 8 e i 10 anni, mentre gli altri, di solito, hanno una preferenza per i bambini più grandi. La pedofilia vede coinvolte più vittime di sesso femminile.

I Child molester si differenziano tra Tipo esclusivo: individui attratti sessualmente solo da bambini, e Tipo non esclusivo: soggetti dall’interesse misto, talvolta per gli adulti e talora per i minori.
Un’ulteriore distinzione va fatta per i casi d’incesto, dove l’abuso si consuma all’interno delle mura domestiche.

Fra i patterns comportamentali dei child sex offenders si possono ritrovare alcune azioni specifiche, sessualmente connotate, con le quali i pedofili tendono a sfogare i loro impulsi sessuali.
Alcuni si limitano a spogliare e guardare il bambino; per altri l’eccitazione sessuale nasce dal fatto di essere guardati dal minore.
In molti casi l’atto si fa concreto attraverso l’attività masturbatoria, o con il contatto fisico con la vittima. In altri casi vi può essere fellatio, cunnilingus, oppure una penetrazione (anche con corpi estranei).

Importante sottolineare come spesso questi soggetti utilizzino vari gradi di violenza nel commettere l’abuso. Comportamenti che, nella mente del pedofilo, possono essere giustificati o razionalizzati, come valore educativo per il bambino, che il bambino ne ricava piacere sessuale, o adducendo che il bambino era sessualmente provocante. Tutti meccanismi psicologici di disimpegno morale, che Bandura definisce come distorsioni cognitive, comuni anche per la pornografia minorile.

Vista la natura egosintonica della pedofilia, molti soggetti, non provano significativo disagio da questi “particolari interessi” sessuali. Nell’abuso da incesto, ad esempio, i soggetti possono riservare le attenzioni sessuali ai propri figli, o sovente figliastri.
Questi possono arrivare persino a minacciare la vittima onde evitare il rischio di essere scoperti.

Alcuni, soprattutto fra coloro che presentano comportamenti pedofili reiterati, sono in grado di sviluppare sofisticate “tecniche di accesso ai bambini”, come il guadagnarsi la fiducia dei genitori del bambino, sposare una donna con un bambino sessualmente attraente, scambiare i minori con altri pedofili
.

In altri casi adottare bambini di paesi sottosviluppati o persino rapirli.
Tranne i casi in cui il disturbo è associato ai tratti di personalità sadica, l’individuo può prestare attenzione ai bisogni del bambino al fine di ottenere l’affetto, l’interesse e la fedeltà, così da evitare che questi riveli a terzi l’abuso sessuale subito.



Il profilo criminologico del child sex offender

Per quanto riguarda il profilo del pedofilo una prima possibile distinzione della personalità, di questa categoria estremamente eterogenea, è quella fra pedofili che presentano dei tratti di personalità di tipo psicopatologico e quelli che, invece, non sono da considerare come psicologicamente deficitari. Nell’insieme che raccoglie i soggetti con tratti di personalità psicopatologiche possono essere collocati quegli individui che presentano:

- Sviluppo tardivo, inesperienza sessuale, comportamenti simili alla fase puberale;

- Degenerazione della personalità dovuta alla senilità o a disturbi del sistema ormonale;

- Abbinamento dell’eros pedagogico alla pulsione sessuale;

- Labilità della personalità endogena, che si è sviluppata nella sfera sessuale;

- Personalità già criminale con deviazione dei disturbi pulsionali.



Per quanto riguarda il secondo gruppo vanno ricompresi quei soggetti con tratti di immaturità psicosessuale, di passività, d’impotenza, d’inadeguatezza genitale, d’infantilismo e segni di compensazione da carenza affettiva.

Anche se uno degli approcci più seguiti negli ultimi anni per spiegare la personalità del pedofilo è stato quello della trasmissione transgenerazionale del modello abusante, e della ciclicità dell’abuso, è opportuno ricordare che non tutte le vittime di abuso nell’infanzia in età adulta compiono a loro volta abusi sessuali.

Tra i fattori di criticità che possono essere presi in considerazione vi sono:

l’incisività dell’abuso, l’età in cui è stato subito, la sua durata, il tipo di relazione con l’abusante, e il grado della violenza subita.

Questi individui presentano caratteristiche spesso comuni, tra le quali grosse difficoltà di relazione e integrazione sociale, gravi problemi di natura sessuale e situazioni di disagio psichico molto estese.
Queste però rimangono condizioni insufficienti a giustificare l’abuso verso i minori. In molti casi si possano trovare pedofili di ceto sociale medio, con buoni livelli di scolarizzazione e con discreti status sociali, economici e familiari.

Secondo alcuni è possibile differenziare la condotta dei pedofili in base alle modalità con cui manifesta il comportamento sessuale abnorme; una differenziazione fra «pedofilia primaria» e «pedofilia secondaria», dove quest’ultima è associata a un quadro di personalità caratterizzato da gravi disturbi mentali come la schizofrenia.

Un’altra nota classificazione dell’agire pedofilo è quella introdotta da Holmes e Holmes i quali proposero le due note tipologie di «pedofilo situazionale» e «pedofilo preferenziale».

Il primo non nutre una profonda preferenza per i bambini, la sua attenzione è verso ogni persona considerata come vulnerabile, ma a causa di eventi particolarmente stressogeni, può arrivare a rivolgersi al mondo dell’infanzia alla ricerca di una gratificazione di natura sessuale. Dentro questa tipologia possiamo ritrovare almeno tre sottogruppi:

Il pedofilo regressivo o in fase regressiva è un soggetto che, anche se inizialmente ha stabilito un normale rapporto affettivo con gli adulti, a causa di eventi che ne abbiano minato l’autostima e modificato l’immagine, può arrivare a percepire il bambino come uno pseudo-adulto.
Talvolta sono presenti anche vizi destrutturanti come l’alcoolismo, che lo portano a incrementare l’interesse sessuale verso la debolezza infantile.

Il tipo regressivo generalmente è sposato e vive con la famiglia, ha un lavoro regolare, e conduce una vita apparentemente normale. Si tratta si individui quasi sempre attratti da minori sconosciuti, e le vittime, in genere di sesso femminile, sono quasi sempre scelte in modo opportunistico.
Questo tipo di pedofilia («paidofilia erotica») può riguardare anche gli anziani, in particolar modo, quelli che vivono in solitudine e sono afflitti da malattie organiche;

La tipologia del «pedofilo sessualmente indiscriminato» si discosta poco rispetto a quello appena descritto; l’unica differenza potrebbe essere individuata dal fatto che, in questo caso, gli abusi perpetrati hanno tutti una natura sessuale e coinvolgono il lato più bizzarro della personalità.
Anche per questo tipo i bambini rappresentano solo un facile strumento di soddisfacimento in particolari occasioni nel caso del «pedofilo moralmente indiscriminato»;

Il pedofilo introverso o inadeguato non dimostra avere buone capacità relazionali e risulta vivere isolato.
Si tratta comunque di individui solitamente portatori di disturbi psichici, condizione che finisce col rendere poco praticabile una scelta adeguata tra bene e male.
La loro modalità di azione varia fra atti di esibizionismo (se molto insicuro o inadeguato sessualmente); oppure all’aggressione, anche se in questo caso si trovano scarsi segni fisici sul corpo della sua vittima. L’instabilità psichica di questo soggetto lo rende socialmente pericoloso.

Il «pedofilo preferenziale», invece, durante l’adolescenza dimostra possedere una scarsa capacità di stringere relazioni non patologiche sviluppando scarsi contatti con i coetanei e il suo interesse sessuale verso i bambini è di insorgenza precoce e preminente.
Nella gran parte dei casi, questi soggetti, premeditano accuratamente le loro azioni e l’atto sessuale presenta sempre una firma seguendo rituali precisi, ben definibili e ripetuti.
In molti casi è stato a sua volta vittima di un abuso sessuale durante l’infanzia. In questa categoria, inoltre, è possibile introdurre un’ulteriore differenziazione. Anche in questo caso gli autori hanno individuato alcune sottocategorie specifiche:

Il Pedofilo seduttivo cerca di guadagnarsi la fiducia del bambino attraverso una serie di modalità simili al corteggiamento, che prevedono la messa in atto di un comportamento molto affettuoso: mediante numerose attenzioni, tenerezze, cerca di “comprare” la fiducia del minore anche attraverso dei regali. Questi soggetti solitamente hanno facile accesso ai bambini e una buona capacità di interazione;

Il Pedofilo dalla personalità immatura o fissato è un soggetto inadeguato da un punto di vista relazionale e affettivo.
Si tratta di individui che appaiono fissati a uno stadio ipoevoluto dello sviluppo psicosessuale e che non abbisognano di nessun evento precipitante perché la loro attenzione si rivolga ai minori, essendo questo interesse persistente e compulsivo. Questi soggetti non riesce a instaurare un normale rapporto di coppia tra adulti e, quindi, ripiega il suo interesse sui bambini per sentirsi padrone della situazione e esercitare un ruolo di controllo sulla sua vittima.
In molti casi non sono particolarmente aggressivi, mirano a sedurre e coinvolgere il bambino, cercando di stimolare la sua curiosità verso la sessualità;

Il sadico o aggressivo, può manifestare un comportamento antisociale o misogino. Prova immenso piacere nell’infliggere sofferenza fisica e psicologica alla sua vittima.
Come tattica di adescamento utilizza l’inganno e la forza fisica, arrivando, in molti casi, a rapire e uccidere le sue vittime, manifestando un elevato grado di violenza. Si differenzia dal sadico-inibito per la sostanziale differenza nel grado della violenza attuata.
In questo caso è riscontrabile un limitato contatto fisico e anche le ferite sul corpo della vittima sono scarse.

Bisogna poi considerare alcune classificazioni particolari di offender sessuale che, non sempre possono essere utilizzate con finalità di tipo investigativo-forensi, ma che assumono un interessante significato da un punto di vista eziologico e terapeutico.
Esse possono essere così riassunte:

Il pedofilo latente è un soggetto che, solitamente, nutre continue fantasie di connotazione erotica che però non mette in pratica, rimanendo così in una situazione di “limbo pedofiliaco”.
Egli può essere ampiamente conscio della sua condizione al punto di avvertirne il disagio. Malessere che lo induce a rifugiarsi in una situazione ideale di isolamento sociale, in preda alla frustrazione, dovuta alla sua condizione di “pedofilo mancato”.
In alcuni casi, questo tipo di soggetto, può arrivare a chiedere un’analisi clinica spontaneamente;

Il pedofilo narcisista ricerca un alto contatto con il bambino.
Il motivo principale della sua attrazione è dato dalla semplice gratificazione sessuale, il suo è un interesse di natura egocentrica.
Gli atti sessuali sono sempre di natura fallica.
La vittima è tipicamente sconosciuta e normalmente il contatto sessuale avviene una sola volta. L’azione tende a essere spontanea e scarsamente pianificata;

I pedofili omosex sono spesso soggetti che lamentano una storia personale infantile di carenza affettiva genitoriale, soprattutto materna. Sostengono che l’identificazione col fanciullo, su cui fissano la propria attenzione, attraverso l’abuso, diviene fonte di sollievo alla loro angoscia esistenziale.

Per quanto riguarda l’abuso sessuale di tipo intra-familiare è possibile stilare una classificazione per tipi secondo quella che è stata definita da Merzagora come tipologia dei padri incestuosi.

Questa si compone di quattro modelli peculiari:

- Il padre psicopatico.
Qui più che a precise malattie psichiatriche, ci si trova di fronte a personalità abnormi, in cui gli aspetti culturali e caratteriali influiscono in un comportamento fortemente inadeguato. Si verificano in questi casi non solo abusi sessuali, ma anche fisici. Questa tipologia è scarsamente indicata per un trattamento di recupero.

- Il padre-padrone è caratterizzato non tanto da tratti psicopatologici, quanto da elementi determinati sotto il profilo culturale. Si tratta di un padre che commette l’incesto come prova del suo assoluto dominio su tutti i componenti del nucleo familiare, i quali, vengono trattati come cose di sua proprietà. Sono descritti come soggetti rudi e dispotici. Anche in questo caso all’abuso si associano spesso maltrattamenti. La prognosi è infausta, nel senso che risultano inidonei al trattamento.

- Il padre endogamico è un soggetto incapace di crearsi legami sociali al di fuori della famiglia di conseguenza rivolge le sue attenzioni sessuali ai figli. In questa tipologia, sembra presente una maggiore malleabilità personologica e il reato viene vissuto come egodistonico.

- Il padre razionalizzante. Più che una tipologia si dovrebbe parlare di una sorta di discolpa a cui ricorrono spesso i padri incestuosi al fine di “normalizzare” la propria condotta. Diverse le loro giustificazioni: verificare la verginità della figlia, favorire un normale orientamento sessuale nella figlia, dichiararsi innamorati della figlia.


RIFLESSIONI CONCLUSIVE

Il mondo dei pedofili, come abbiamo visto, si caratterizza per una visione integralista dell’esistenza e delle relazioni. Questi soggetti sono spesso convinti della liceità dei loro desideri e delle azioni. Sovente l’agire del pedofilo non è il frutto di un disturbo mentale, ma il risultato di una sessualità anomala, anche se in taluni casi è possibile riscontrare un disturbo di personalità narcisistica.
Fra le caratteristiche di queste personalità si ritiene esistere un’inadeguatezza delle risposte agli stimoli ambientali (impulsività, freddezza emotiva, anaffettività), oltre a una egosintonia di fondo con assenza di sensi di colpa, tipica di un disturbo antisociale di personalità (Ponti, 1999). Per questi soggetti, inoltre, vi sarebbe una tendenza alloplastica, e una forte propensione a mettere in atto e soddisfare le proprie pulsioni sessuali.

La maggioranza dei pedofili, dunque, sembra costituita da soggetti che non sono malati di mente secondo i criteri giuridici; ma sono tuttavia personalità che presentano un precario adattamento alla realtà, portatori di personalità disturbate, formatesi probabilmente, a seguito di esperienze infantili caratterizzate da abusi di vario tipo, gravi carenze affettive, trascuratezze genitoriali.

Secondo alcuni autori la pedofilia potrebbe essere definita soprattutto in termini di «pedomania» ovvero come relazione sessuale scaturita da una condotta seduttiva di un adulto psicologicamente immaturo nei confronti di un minore sessualmente immaturo.

In conclusione si può ritenere che una ipotesi di trattamento, se necessaria, dovrebbe essere ineluttabilmente valutata caso per caso, tenendo conto delle diversità personali, sociali e ambientali degli individui in questione.

A cura dell'O.N.A.P.

Vera Innocenti

domenica 16 gennaio 2011

PAURA, ANGOSCIA, STATO D'ALLERTA CONTINUO...VITTIMA DI STALKING


No...non posso più vivere così! Dovrei uscire e sono qui da più di venti minuti che controllo dalla finestra, poi socchiudo la porta e guardo e poi ancora alla finestra...Squilla il telefono..sobbalzo..no ti prego Dio fa che non sia quel maledetto che mi sta rovinando la vita!

Devo andare a prendere i bambini a scuola, santo cielo è tardissimo! Poveri figli miei, mi fa male vederli soffrire e mi sento totalmente impotente! Da quando ho chiesto la separazione dall'uomo che per dieci anni è stato mio marito, la vita mia e quella dei miei figli è diventata un incubo!

Ho provato in tutti i modi, ma ho dovuto chiedere la separazione, non potevo subire violenza (fisica e psicologica) continuamente. Speravo, con la nascita dei bambini, che lui si calmasse, che cambiasse...macchè! Anzi, ancora peggio!!

Ogni pretesto era buono per umiliarmi, per farmi del male, per picchiarmi.

Ho passato anni credendo che la colpa fosse mia, che in fondo ero io a "scatenarlo".

Ma quando ha picchiato selvaggiamente anche mio figlio, ho detto basta! E sono andata da un avvocato per chiedere consiglio.

Non avevo detto niente a lui che sarei andata da un avvocato, ma lui ha capito subito. Mi guardava con insistenza, mi scrutava, osservava ogni mio movimento.

Finchè arrivò la lettera dell'avvocato che ci convocava entrambi. E fu l'inizio dell'incubo.

Chiesi aiuto ad un'amica che mi offrì di andare ad abitare in un appartamentino di sua proprietà, appena fuori città.

"Bene" Dissi a me stessa, "Devo ricominciare una nuova vita". Così credevo, o almeno speravo.

Era un pò faticoso, ma mi sentivo forte perchè finalmente avevo ripreso in mano la mia vita. Dovevo fare un ventina di chilometri per accompagnare i bambini a scuola.

Il mio ex marito intanto mi chiamava continuamente al cellulare, mi tempestava di insulti, minacce.

Poi un giorno, probabilmente mi aveva seguita, aprendo la porta di casa per uscire me lo ritrovai davanti...e fu il terrore.

Il respiro mi si bloccò, sentivo le tempie pulsare, il cuore che usciva dal petto da quanto forte batteva.

Lui era lì con un sorriso beffardo e sibilò: "Tu lo sai che ti ammazzo!!".

Chiusi la porta in fretta, rimasi con la testa appoggiata alla porta per non so quanto tempo, quasi senza respirare per sentire se lui era ancora lì.

Un tuffo al cuore..."Caspita devo andare a prendere i bimbi". Presi il cellulare per chiamare la scuola e questo cominciò a squillare. Era lui! "No..no..basta maledetto!!"

Gli risposi urlando di lasciarmi in pace, di smetterla che lo avrei denunciato... Eh già, denunciato!
Come si fa a denunciare? Ci vogliono prove, testimoni, l'angoscia nel tentare di spiegare e l'impotenza nel vedere che chi è vittima non è protetta.

In Italia viene protetto il più forte, il delinquente, non la vittima!!

Come si fa a spiegare il terrore senza fine, in cui ti fa vivere lo stalker? Come si fa a descrivere l'eterna ansia, la paura costante per te e per i tuoi figli, che respirano l'aria di minaccia continua, che ti vedono in preda al panico anche se tu tenti di nascondere, con un finto sorriso per tranquillizzarli.

A volte mi sono sentita presa in giro persino dalle forze dell'ordine! Ti dicono: "Stia tranquilla, vedrà che non le fa niente" Oppure "Signora, cosa possiamo fare? Non possiamo venire lì ed arrestarlo! E con quale accusa poi?", "Chieda al suo avvocato".

Intanto il tempo passa e la tua vita diventa un inferno! Spesso sento la paura di morire, anzi sono già morta dentro! Perchè lo stalker vuole distruggerti. Con il suo terrorismo continuo ti uccide.

La mente impazzisce, tutti i sensi si amplificano come nell'animale braccato che scruta, ascolta e attende da un momento all'altro l'attacco del predatore.

Ho paura, per me e per i miei figli. Non so quando finirà tutto ciò, anzi, se finirà.

E' tremendo vivere così! La giustizia dovrebbe fare qualcosa...o sarò io LA PROSSIMA VITTIMA DELL'EX............

N.b.: esperienza vissuta

di Vera Innocenti 

lunedì 22 novembre 2010

...E VISSERO FELICI E CONTENTI...




Mi diceva che era innamorato, che ci saremmo sposati e che avremmo avuto una casa bellissima con dei bambini.

Lui mi piaceva molto.

L'avevo conosciuto tramite amici comuni qualche anno prima. Un ragazzo un pò introverso, un pò trattenuto negli atteggiamenti, ma molto gentile e amichevole con tutti.

Spesso sognavo di trovare un ragazzo che mi amasse e desiderasse vivere con me, così da rendermi finalmente indipendente dai miei, con i quali il rapporto genitori/figlia non era dei migliori. Ed ecco arrivare lui...e fu subito amore!

A volte lui però era strano, cambiava d'umore all'improvviso.

Se ricevevo delle telefonate al mio cellulare voleva sapere con insistenza chi fosse. Mi prendeva il telefono e mi leggeva i messaggi. Questo mi dava un pò fastidio, ma pensavo che il suo fosse amore. Quel pizzico di gelosia che ti fa sentire desiderata e veramente "sua".

Dopo un paio d'anni entrai un pò in crisi. Il suo controllo continuo, le sue scenate di gelosia, mi avevano esasperata!

Spesso ero tentata di lasciarlo.

Ma poi lui con dolcezza mi diceva che mi amava e che non poteva stare senza di me e che io dovevo capire quanto lui ci tenesse a me. Così dopo qualche tempo decidemmo di sposarci. Tutto come in una favola!

Lui, cominciò a picchiarmi da subito. Ero diventata una cosa sua.

Ero sola, senza più amici e amiche, perchè lui me li aveva fatti perdere tutti.

Quando tornava a casa dal lavoro ogni pretesto era buono per picchiarmi. La scusa poteva essere il cibo che gli preparavo e che non andava bene per lui, poteva essere perchè tornavo tardi dalla spesa, perchè avevo speso più soldi del previsto o perchè i bambini non avevano fatto tutti i compiti di scuola.

Mi picchiava per ogni cosa che facevo o dicevo. Volevo andarmene, ma dove? Con la mia famiglia non avevo buoni rapporti, figuriamoci se mi avrebbero riaccettata a casa loro.

Poi avevo i bambini. Poveri figli miei, assistevano terrorizzati alle violenze.

Lui continuava a picchiarmi, come se fossi io la causa di tutti i mali. E non bastavano le botte, c'erano le umiliazioni, le offese.

A volte mi trascinava per i capelli e mi costringeva ad avere rapporti sessuali.

A volte le botte erano così forti da costringerlo ad accompagnarmi in ospedale per farmi medicare. Ai medici io mentivo. Dicevo che ero caduta per le scale, che avevo inciampato, o che avevo battuto contro un mobile.

Non l'ho mai denunciato, per paura, per vergogna e perchè era il padre dei miei figli.

Negli ultimi tempi aveva cominciato pure a bere. E quando tornava ubriaco, non c'era nulla che potesse salvarmi dalla sua furia!

Una volta mi costrinse ad avere un rapporto sessuale con lui sotto la minaccia di un coltello! Fare l'amore con un coltello puntato alla gola.

Un giorno decisi di dire basta a tutto questo. Lo minacciai che se non la smetteva lo avrei denunciato. Ma lui non smise.

Mi rivolsi ad un prete che cercò di parlargli. Ma lui non capiva e mi incolpava di tutto, negando le sue violenze, raccontando menzogne per giustificarsi, dicendo che ero una poco di buono, che avevo altri uomini! Fu tutto inutile.

Lui diventò sempre più violento.

Un giorno lui se ne andò via da casa, senza spiegazioni, chiese la separazione senza neppure informarmi.

Ora siamo divorziati. Non l'ho più visto ne sentito.

Ovviamente non mi dà un soldo per gli alimenti dei figli come stabilito dal tribunale.

Ho grandissime difficoltà economiche, sono sola con i miei figli, ma almeno non vivo più nel terrore. Ma ho un grande vuoto dentro di me.

LUI MI HA UCCISA LASCIANDOMI VIVA!!

Quante storie come la mia? Quante ragazze, donne, che sognavano una vita con il loro compagno. Sposarsi avere dei figli, una casa e amore, tanto amore e invece la splendida favola si è trasformata in orrore!

Quanti sogni sono stati spezzati da uomini violenti con le loro compagne?

Quanti di questi uomini che, prima del matrimonio o della convivenza, "sembravano" uomini amabili, disponibili ed invece poi si sono trasformati, da principe ad orco?!

Vera Innocenti


lunedì 11 ottobre 2010

MISURARE IL DOLORE DI UNA MADRE.


In questi giorni si ha avuto l'epilogo della tragica storia di Sarah Scazzi. Molestata, uccisa, abusata anche dopo morta.

Un ultimo sfregio da parte di un uomo lo zio, nel suo caso quasi un padre, che ha voluto sporcare, profanare, annientare il suo giovane corpo, distruggendo per sempre la sua vita.
Quell'uomo ha ucciso per punire quella ragazzina innocente, per non averlo accettato, per non averlo "apprezzato", per non aver assecondato le sue avances. E come spesso accade in questi casi, questi "uomini" negano, manipolano gli altri distorcendo la realtà, anzi, incolpano la vittima di volerli infangare, di aver loro stesse tentato di "sedurre" il loro carneficie e, come nel caso della piccola Sarah, uccise per la paura che possano parlare e così smascherare chi è e cos'è veramente quell'uomo.

Ancora una volta è stata usata violenza e sopraffazione sui più deboli ed indifesi, bambini e donne, da parte di un uomo. Ancora una volta la voglia di dominio e possesso di una vita fino alla sua distruzione.

L'attenzione va anche sulla madre di Sarah. Questa donna di poche parole, impietrita dal dolore, che oltre al dramma della sparizione della figlia prima e della sua orribile fine poi, ha dovuto subire le critiche di improvvisati "psicologi", di tutti coloro hanno interpretato la sua composta sofferenza, in freddezza, in anaffettività. E così voler mettere dubbi sul suo essere una buona madre, come se, per essere "buone madri" bisogna per forza urlare, disperarsi, strapparsi i capelli e quant'altro possa "dimostrare" il vero dolore provato.

Questa donna che è sempre stata presente, con forza e dignità, attiva nelle ricerche della figlia, che non si è mai lasciata andare allo sconforto, che con grande forza d'animo ha continuato a seguire tutto, che ha retto anche il colpo della comunicazione in diretta del ritrovamento del cadavere di sua figlia. Che con quella frase:"Hanno ritrovato un corpo...è assurdo?!?" Ha voluto respingere per difesa quello che si temeva da tempo e ormai era conferma!

Perchè non si ha avuto rispetto di questa madre e del suo intimo dolore?

Purtroppo si vede in questo ancora una volta, un atteggiamento generale della nostra cultura, per cui le donne devono essere solo, come dettano gli stereotipi.

Ancora una volta si può notare che il concetto di donna è distorto. Una donna non viene vista come persona, con le sue caratteristiche. Una donna viene valutata per il suo ruolo di moglie e madre? E una donna è "brava" quando è umile e devota al marito o una madre è una brava madre quanto più esterna le proprie emozioni?

Ecco che vien da pensare ai media che ancor oggi propongono l'immagine di "donna perfetta" dedita alla casa, preoccupata di far felici i figli comprando loro l'ultima novità in fatto di merendine, preparando piatti succulenti per il marito...
Se fosse stato il padre ad avere quell'atteggiamento ci sarebbero state parole di ammirazione, lodi per la sua compostezza, al suo dimostrare controllo da vero uomo!

E' sconfortante, quanto ancora si debba "lavorare" per abbattere questa mentalità antiquata, superata, inutile e dannosa per ogni donna.



Vera Innocenti

domenica 3 ottobre 2010

AFFIDAMENTO, UNA NUOVA FORMA DI VIOLENZA MASCHILE CONTRO LE DONNE: LA FORTE TENDENZA AD ACCUSARE LE MADRI DI VOLER SOTTRARRE I FIGLI AI PADRI.


Risulta a chi da anni si occupa di violenza contro le donne e di maltrattamenti familiari alquanto paradossale che, proprio quando chi subisce da tempo angherie di vario genere riesce a trovare risorse, energie e strategie, anche giudiziarie, per uscire dal cerchio della violenza familiare, lo strumento normativo si presti ad essere ostacolo di questo processo.

Chi ha trovato a fatica una via di uscita da una situazione drammatica rischia di trovarsi ancora all’interno di dinamiche e meccanismi opprimenti. Si consideri che in tali situazioni è in gioco la libertà di chi subisce violenza di sottrarsi dal partner violento e persecutorio che utilizza i minori quale elemento di ulteriore controllo sulla vita della partner.p artner violento e persecutorio che utilizza i minori quale elemento di ulteriore controllo sulla vita dell’altropartner.
Del resto sappiamo che la violenza continua anche dopo la separazione e l’interruzione della convivenza.

In ricerche svolte presso i tribunali,“emerge il dato che i maltrattanti usano nelle separazioni il sistema giuridico come mezzo per continuare a maltrattare ed esercitare il controllo sull’ex partner e sui figli…”. Inutile dire quanto sia lontano un interesse reale per i bambini in comportamenti che perpetuano maltrattamenti, atti vessatori, violazione sistematica degli accordi.

“Nella pratica, esiste una forte linea di tendenza impegnata ad accusare le madri di voler sottrarre i figli ai padri nelle separazioni, con attacchi pesanti all’attivazione delle risorse protettive materne nei confronti dei figli vittime di violenza domestica e intrafamiliare.” Da questo punto di vista non è raro il caso in cui la madre passa da vittima ad "imputata", con processi di autocolpevolizzazione, che rappresentano una nuova e più sottile forma di violenza.

L’ambiente domestico è un luogo privilegiato di dinamiche di violenza nei confronti delle donne e dei minori.

Come si è sottolineato “Troppo a lungo la famiglia è stata idealizzata e considerata un luogo elettivo di amore, protezione e solidarietà mentre, in realtà, la violenza commessa nei confronti dei suoi membri, in specie, quelli più deboli, è stata tollerata, legalizzata e, in certi casi, favorita.

… In effetti la coscienza sociale ha per molto tempo considerato queste manifestazioni di violenza come 'questioni' fra coniugi e, conseguentemente, le ha relegate nel 'privato', in tal modo non solo sono state legittimate ma riconosciute.”

Si parla comunemente di violenza familiare: in realtà gli attori principali della violenza sono in prevalenza uomini e le donne ne sono le prime, anche se non le sole, vittime destinatarie.

Donne insultate, umiliate, svalorizzate davanti ai figli, minacciate, controllate in ogni loro movimento, chiuse in casa, a cui è impedita la ricerca di un lavoro extradomestico, costrette, con la minaccia, il ricatto, la forza fisica, a rapporti sessuali, oggetto di veri e propri pestaggi, percosse con pugni, calci, schiaffi: è questo ciò che va sotto il nome di violenza domestica.

Nella tipologia della violenza domestica rientrano le più diverse forme di controllo e di dominio di un partner sull’altro: la deprivazione di tipo economico, la violenza verbale e psicologica, la violenza fisica, la violenza sessuale.

La violenza domestica, come è stato autorevolmente documentato, “non consiste in scoppi d’ira occasionali o incontrollati, provocati dalle frizioni della vita comune”: infatti le violenze continuano anche quando la relazione si è interrotta. Ricerche condotte in altri Paesi, non solo europei, ed anche in Italia ci dicono che le violenze proseguono, anzi sono più frequenti che tra le donne sposate. E ciò vale anche per la violenza finale, l’omicidio.

Anche le donne possono uccidere il partner, ma ciò avviene più di rado. Una differenza fondamentale è che gli uomini uccidono le mogli dopo aver compiuto per anni violenze su di loro, mentre le donne uccidono gli uomini dopo aver subito per anni violenze da loro.

La violenza domestica coinvolge sempre i figli. In alcuni casi li coinvolge
direttamente, sempre li coinvolge indirettamente. Si parla in questi casi di violenza assistita.

I bambini esposti a violenza domestica provano paura, terrore, confusione, impotenza, rabbia, e vedono figure di attaccamento da un lato terrorizzate, impotenti e disperate, e dall’altro pericolose e minacciose…".

Le piccole vittime di violenza assistita apprendono che l’uso della violenza è normale nelle relazioni affettive e che l’espressione di pensieri, sentimenti, emozioni, opinioni è pericolosa in quanto può scatenare violenza. Esse possono essere incoraggiate o costrette ad insultare, denigrare, controllare e spiare, picchiare la madre e i fratelli. Ma anche quando non c’è incoraggiamento o costrizione a mettere in atto tali comportamenti, nella violenza assistita è insita la corruzione del minore, derivante dal vivere in un ambiente dove comportamenti criminosi sono minimizzati, negati, presentati come leciti.”

Del resto anche la giurisprudenza nell’incrociare la violenza assistita, in sede di adozione di provvedimenti di allontanamento, ha sottolineato come “non solo gli abusi o maltrattamenti diretti, commessi cioè direttamente sul minore, ma anche quelli indiretti, perpretati sulla persona di stretti congiunti a lui cari.

Quali la visione da parte del minore di ripetute aggressioni fisiche alla madre da parte del padre, integrino un vero e proprio abuso o maltrattamento del minore, nel senso che le continue violenze inferte dal padre alla moglie sono comportamenti gravemente pregiudizievoli dei figli ed idonei a compromettere irreversibilmente l’armonica ed equilibrata crescita psico-fisica dei minori ed anzi a distruggerne la personalità.

Sottovalutare la violenza assistita, è un grave errore.

Dall’esperienza e dalla riflessione maturata nei centri antiviolenza è comunque venuto un concreto contributo che ha portato alla approvazione della legge 154/2001“Misure contro la violenza nelle relazioni familiari”.

Ciò ha consentito che i giudici civili abbiano iniziato a confrontarsi con il tema del maltrattamento in famiglia, che vi fosse uno strumento caratterizzato dalla immediatezza e dalla tempestività per aiutare ad uscire dal circolo delle violenze. Ciò ha consentito peraltro di far avanzare una nuova o diversa sensibilità verso il problema della violenza in famiglia e ha favorito anche un cambiamento culturale nell’approccio al problema della violenza diretta e indiretta.

Nonostante la sua limitata applicazione l’ordine di allontanamento costituisce uno strumento prezioso in una strategia efficace di uscita dalla violenza.
Non riteniamo si debba correre il rischio che il risultato, anche se parziale, di questo e altri strumenti venga vanificato.

La valutazione delle violenze intra-familiari nell’affidamento dei figli.

Si può senz’altro affermare che l’affido condiviso non è possibile né praticabile nei casi di violenza sui minori, di violenza assistita e di violenza sul genitore collocatario del minore.

Dalle ricerche condotte e dall’esperienza dei centri antiviolenza presenti su tutto il territorio nazionale emerge, come si è accennato, che le forme di violenza familiare subite dalle donne sono diverse. Il maltrattamento è caratterizzato dalla molteplicità e contestualità di più forme di violenza, complessivamente tese a costruire una situazione di dominio sulla donna.

Spesso, riferendosi a situazioni di violenza all’interno delle relazioni affettive, si utilizzano i termini come litigio, lite, conflitto; il linguaggio riflette una non sempre chiara discriminazione dei confini esistenti che ostacola il riconoscimento dei “segni” della violenza e porta a sottovalutare il maltrattamento e le sue conseguenze.

Mancanza di parità e reciprocità nei rapporti, assenza di rispetto, presenza di aggressioni fisiche, mancanza di riconoscimento dell’altro, esercizio di potere, svalorizzazione e dominio sull’altro sono gli elementi che connotano la violenza.

Esiste una contraddizione in termini: ove v’è violenza come e che cosa condividere ? Quale accordo, quale gestione congiunta ? Ove c’è violenza non c’è possibilità di mediazione. Ove c’è violenza non è percorribile e praticabile l’affidamento condiviso né l’esercizio congiunto della potestà.

Le esperienze sul campo ci dicono poi che l’essere costretti a gestire insieme i figli non permette l’uscita dalla violenza e la cessazione delle violenze, al contrario espone a continui ricatti e può vanificare il percorso di uscita dalla violenza. Nelle violenze che, come si è detto, i dati ci dicono continuare anche dopo la cessazione della convivenza, permane la svalorizzazione dell’altra figura genitoriale con una ripercussione di tutto ciò sui figli.

Dai risultati di alcuni studi di tipo qualitativo in Italia emerge che, quando le donne si oppongono ad un accesso indiscriminato ai figli da parte degli ex partner violenti e cercano di proteggere loro stesse e i bambini, vengono spesso punite dai servizi sociali e dal tribunale.

Ed anche che in Australia sono stati analizzati i fascicoli relativi a 100 casi di custodia conflittuale, selezionati tra quelli in cui non c’era apparentemente violenza dal partner. “L’analisi ha rivelato che nel 17% dei casi il padre usava deliberatamente i contatti con i figli per controllare e perseguitare l’ex moglie, e che nel 55% dei casi i contatti erano occasioni per infliggerle ulteriori violenze ( minacce di morte, aggressioni, stupro).”

Quel che si vuol sottolineare è che è facile che ex mariti e padri violenti continuino a dominare moglie e figli.

Non va neppure sottaciuto che in nome del c.d. principio della “bigenitorialità” si possa giungere a tesi paradossali.

In molti Paesi industrializzati negare o anche solo restringere i contatti tra padre e figli è considerato più grave che esporre bambino e donna al rischio di violenze e di morte. Gli uomini, i padri, passano così dallo status di oppressori a quello di vittime: discriminati nei tribunali, cacciati dalle loro case, separati dai loro figli, disperati.

E’ un discorso che non trova conferma nei dati disponibili che viene reiterato, rumorosamente e aggressivamente, dai movimenti per la condizione maschile o dei padri separati, e ripreso in maniera acritica e compiacente dalla stampa, per esempio nei titoli di articoli relativi ai casi di uomini che uccidono figli e mogli.

Certo, la sofferenza di questi uomini non va sottovalutata, visto che alcuni di loro si tolgono la vita dopo averla tolta ad altri. Ma l’errore sta nell’interpretarla come il prodotto del divorzio e della cosiddetta alienazione subita dagli uomini a causa delle procedure giudiziarie, ignorando l’aspetto della dominazione e del possesso, elementi costitutivi della loro violenza anche prima della separazione.

Le proposte per evitare le tragedie e le morti conseguenti a questa interpretazione, - il diritto di accesso ai bambini, l’affido congiunto - finiscono così per legittimare proprio quelle istanze di controllo e di possesso che stanno dietro alla violenza e che non vengono mai rimesse in discussione.

Naturalmente, la valutazione del giudice, cui la legge assegna una rilevante responsabilità, dovrà tenere conto dell’insieme degli elementi ricordati: la preferenza accordata dalla legge all’affidamento condiviso non può essere la regola.

Vera Innocenti

Fonti: "Associazione Donne Giuriste"

martedì 28 settembre 2010

La PAS, STRUMENTO PER DEMOLIRE ACCUSE DI ABUSO SESSUALE



Psicologia dell’abuso sui minori.
La violenza perpetrata ai danni di individui inermi è l’esercizio di un potere debole
Non sempre c’è una motivazione sessuale in senso stretto o comunque non è prioritaria


IL PADRE ABUSANTE
¨Per lo più è una PERSONA QUALUNQUE

¨PRIMA TIPOLOGIA: ESERCIZIO DI POTERE
- rigido, autoritario e violento
- inibente la vita sociale e affettiva
- insensibile a sentimenti e bisogni altrui
- Aderisce ad una cultura fallocratica e adultocentrica secondo la quale l’adulto maschio (o almeno il più adulto) può disporre della vita e della morte dei membri sottomessi della famiglia, usufruendo a suo piacimento della donna, dei suoi discendenti e collaterali.

¨SECONDA TIPOLOGIA: RICHIESTA DI ACCUDIMENTO

- dipendente, succube della moglie
- disoccupato
- inversione ruoli coniugali e genitoriali
- come nel maltrattamento, in questa tipologia è più frequente che non ci sia una motivazione sessuale in senso stretto quanto una problematica di attaccamento e di ricerca di aiuto da parte dell’abusante.
¨IN ENTRAMBI I CASI HA UN FORTE ASCENDENTE SUL BAMBINO
¨E’ UN OTTIMO MANIPOLATORE e si impone con l’intimidazione (paura) o con la compassione (colpa). Pur essendo prevalente una delle due modalità spesso si presentano insieme alternate.

¨L’”incestuoso” HA BISOGNO DI OGGETTI SESSUALI “DEGRADATI” (Freud 1912) o che comunque gli evitino il costo di una relazione a livello paritario. Sono dunque più esposti bambini in situazione di fragilità (per handicap, trascuratezza, in crisi per esempio per la separazione dei genitori, che si accontentano di nulla, a cui nessuno crederebbe)
¨I MECCANISMI DI AUTOCONTROLLO POSSONO FALLIRE PER L’USO DI DISINIBITORI (droghe, alcol o situazioni particolari di stress)

I COMPLICI:

¨L’ABUSO SESSUALE COINVOLGE OGNI MEMBRO DELLA FAMIGLIA: chi commette la violenza, chi la subisce, chi sa e fa finta di non sapere, chi non sa ma sospetta. Ognuno contribuisce all’avvio, alla cronicizzazione e all’eventuale risoluzione del problema.

¨LA CONNIVENZA MATERNA E’ DETERMINANTE nel protrarsi dell’abuso e spesso è prodotto della stessa oppressione violenta di cui sono vittime i minori
¨L’ABUSO SU UN MINORE COME “SOLUZIONE” DELLA COPPIA GENITORIALE PER FAR FRONTE A DISAGI PERSONALI E PROBLEMI DI MENAGE

¨MOTIVAZIONI CHE SPINGONO AD ACCETTARE LA VIOLENZA:
- confusione dei ruoli
- spinte disgregative del nucleo familiare
- fragilità e difficoltà della madre ad assumersi la propria sessualità, il proprio ruolo materno e la propria identità di donna
- ricatto economico


I PEDOFILI

¨Esistono diverse classificazioni delle TIPOLOGIE DI PEDOFILI, Petrone ne descrive sei:
1.Pedofilo latente: morbosa attenzione e fantasie per i bambini senza comportamenti manifesti; consapevole della non accettazione, a livello sociale, della sua diversità.
2.Pedofilo occasionale: messa in atto occasionale del comportamento pedofilico, in situazioni “facilitanti” come vacanze in località dove esperienze erotiche trasgressiva sono più facilmente fattibili.
3.Pedofilo immaturo: mancato sviluppo di capacità relazionali normali e di raggiungimento di una sessualità genitale adulta; immaturità istintiva, affettiva ed emotiva. Modalità di adescamento di tipo deduttivo e passivo con vittime usualmente conosciute.
4.Pedofilo regressivo: il disturbo emerge in seguito a particolari periodi o eventi stressanti. Modalità di adescamento caratterizzata da impulsività improvvisa e irrefrenabile, con vittime sconosciute.
5.Pedofilo aggressivo: aggressività, impotenza e autosvalutazione. Comportamento ripetuto accompagnato da sadismo che può condurre alla morte della vittima.
6.Pedofilo omosessuale: condizione di immaturità affettiva ed erotismo infantile. Trasferisce sul bambino l’amore non ricevuto dalla figura materna, sopperendo con l’abuso alle carenze affettive subite. Conflitto tra resistenze psicologiche e norme sociali da un lato e forti impulsi sessuali deviati dall’altro.

¨NELLA PSICOPATOLOGIA DEL PEDOFILO (che non necessariamente corrisponde a quella del padre-servo e soprattutto a quella del padre-padrone)

- più spesso sono frequenti traumi infantili relativi ad abusi sessuali o comunque a problematiche relative alla violazione dell’innocenza infantile (spirali di violenza)
- più forte è il riferimento ad una omosessualità latente che nel corpo immaturo ed ermafrodito del bambino sfugge all’angoscia della relazione con la figura femminile adulta vissuta come persecutoria
- l’abusante tende a vedere il bambino come un’immagine a specchio di se’ bambino (non c’è differenziazione, ne’ teoria della mente del bambino)
- ci possono essere dinamiche di attaccamento-sessualità o, al contrario, di agonismo-sessualità

¨LA PEDOFILIA CORRELA CON
- altre parafilie
- sadismo sessuale
- disturbi di personalità (personalità narcisistica e, nei pedofili violenti, personalità antisociali)

LA VITTIMA

La vittima è inconsapevole del reale significato di ciò che le è proposto e delle conseguenze di quello che accetta

¨Il bambino è in costante RICERCA DI ACCETTAZIONE, RICONOSCIMENTI E CONFERME, questo lo rende particolarmente vulnerabile alle perverse attenzioni dell’adulto.
¨Il bambino e l’adolescente sono in un’inevitabile posizione di fragilità e di dipendenza che fa sì che essi subiscano più prepotentemente il VINCOLO DI LEALTA’

¨SCARSA AUTOSTIMA E ASSENZA DI UNA VALIDA FIGURA DI RIFERIMENTO ALTERNATIVA spingono ad assecondare l’abuso e ad accettare ruoli inadeguati all’età.
¨La vittima VIENE COINVOLTA IN ATTIVITA’ CHE NON COMPRENDE completamente, alle quali non è in grado di acconsentire con piena consapevolezza e che stravolgono i ruoli familiari

¨La NATURALE SEDUTTIVITA’ tipica dei cuccioli (fondamentale per la sopravvivenza dell’individuo e della specie) viene strumentalizzata, deviata e patologizzata (come quella delle donne all’esterno della famiglia)

¨Al bisogno di riconoscimento, accettazione, attenzione e intimità del bambino VENE IMPOSTO UN CONTENUTO SESSUALE che ne distorce le modalità di relazione.

¨LA SESSUALITA’ INFANTILE VIENE COARTATA entro i confini di un malsano erotismo “adulto” che non ne rispetta i tempi, i modi e i contenuti

¨INIZIALMENTE il bambino non si rende pienamente conto di star subendo una violenza.

Egli RIMUOVE, NEGA, RAZIONALIZZA. Quando, in adolescenza, ne raggiungerà una piena consapevolezza ed emergeranno vissuti ingestibili la complicità familiare si sarà già strutturata attorno all’abuso e la sua psiche risulterà già intaccata. Egli sarà in trappola.

¨Tanto più è giovane la vittima tanto più sarà portata ad assumersi la COLPA per salvaguardare l’immagine idealizzata dei genitori: meglio essere un diavolo in un mondo di giusti che un giusto in un mondo dominato da demoni.
¨QUANTO MINORE E’ L’USO DELLA FORZA TANTO PIU’ LA VITTIMA SI SENTE RESPONSABILE DELLA VIOLENZA SUBITA

La mancata denuncia e il problema del sommerso
Il tabù relativo allo stupro in famiglia è superato da un tabù più forte: quello di una qualsiasi interferenza esterna nella dittatura assoluta del dominio maschile e paterno

¨NEI BAMBINI L’IDEA DELLA ROTTURA DEL LEGAME INCESTUOSO ATTRAVERSO LA DENUNCIA EVOCA ANGOSCIANTI FANTASMI DI DISTRUZIONE, ABBANDONO E PERDITA DI IDENTITA’
¨SI REGISTRA COMUNQUE UN AUMENTO DELLE SEGNALAZIONE DI REATO E DELLE PERSONE DENUNCIATE PER ABUSI E VIOLENZE

¨LADDOVE E’ FORTE LA SOLIDARIETA’ E L’AZIONE PENALE E’ SOCIALMENTE E GIURIDICAMENTE SOSTENUTA LA DETERMINAZIONE A PERSEGUIRE L’AGGRESSORE AUMENTA per questo gran parte degli sforzi dell’abusante sono indirizzati a spezzare la solidarietà della famiglia e della società nei confronti della vittima

L’abuso sessuale avviene in condizioni di segretezza, è trattato come un segreto dalla famiglia ed è mantenuto tale dagli atteggiamenti e dai tabù della società

¨I MOTIVI DELLA MANCATA DENUNCIA SONO VARI, TRA I QUALI:

. paura delle rappresaglie
. paura di rompere quell’alleanza patologica con l’abusante a cui è legato da vincoli affettivi /o di sopravvivenza fisica
. paura della rottura di equilibri familiari e individuali all’interno della famiglia
vergogna
. senso di colpa
. paura di un danno alla propria reputazione e/o all’”onore familiare”
. scarsa fiducia nella capacità ma anche nella volontà della polizia e del sistema giudiziario
. ricatto psicologico interno alla famiglia (deterrente principale alla denuncia)
. scarsa disponibilità economica

¨L’AGGRESSORE SI DIFENDE DALLA PROPRIA COLPA OSTINANDOSI A NEGARE LA SOFFERENZA DELLA VITTIMA, ATTRIBUENDOLE COLPE INDEFINITE ED ASTRATTE E ADDUCENDO LE PIU PRETESTUOSE MOTIVAZIONI come di giustificare l’abuso con finalità pedagogico-educative, far passare la mancanza di coercizione fisica per espressione di consenso…

¨VERGOGNA, CONFLITTI E SENSI DI COLPA TRASVERSALI SONO ALLA BASE DELL’OMERTA’ FAMILIARE E DELLA RIMOZIONE COLLETTIVA DEL PROBLEMA

l’autore della violenza la rimuove perché agisce dinamiche inconsce e si sente comunque si sente legittimato culturalmente

la vittima rimuove perché non vuole perderne l’affetto e non si sente tutelato dall’altro genitore.


NEI CASI DI ABUSI SUI MINORI COMPIUTI DA UN GENITORE DOPO LA SEPARAZIONE SPESSO NEI TRIBUNALI VENGONO MENZIONATE TEORIE PSICOLOGICHE “NEGAZIONISTE” che elevano a teoria il pregiudizio sociale per il quale le vittime mentono, inventano, esagerano o fantasticano

¨Dal rapporto della Commissione dei diritti umani delle Nazioni Unite (2004) emerge che CHI SOSPETTA O DENUNCIA ABUSI SUI MINORI, SOPRATTUTTO SE SI TRATTA DELLE MADRI, INCONTRA DIFFICOLTA’ ENORMI E RISCHIA A SUA VOLTA DI ESSERE ACCUSATO DI FALSA TESTIMONIANZA E MANIPOLAZIONE (157 medici e pediatri francesi hanno denunciato di essere sottoposti a sanzioni disciplinari da parte del loro Ordine quando segnalano alle autorità sospetti di abusi sessuali su minori, e di essere messi nell’impossibilità di assistere questi bambini)

¨IL 40% DEI PROFESSIONISTI AMMETTE DI AVERE OMESSO, ALMENO UNA VOLTA, UNA SEGNALAZIONE DI ABUSO SESSUALE (Limber, 1995) le motivazioni sono (Bacon e Richardson 2000):

. mancanza di conoscenze
. incertezza sul da farsi
. condivisione dei pregiudizi sociali rispetto alle vittime di abusi o dei valori patriarcali
. timore di ritorsioni (trasferimenti, licenziamenti., minacce e aggressioni fisiche)

¨IN VARI PAESI I SERVIZI DI PROTEZIONE DELL’INFANZIA SONO SOTTO ORGANICO E CON TROPPO LAVORO con riduzione progressiva e costante delle risorse umane e finanziarie

Vera Innocenti

Fonti: Dott.ssa Lara Scarsella
Psicologa, psicoterapeuta e scrittrice